Il padiglione del Belgio…ehm cosa possiamo dire…bhé innanzitutto perdonateci se spesso esce il nostro lato critico nel recensire alcuni padiglioni; in questo caso si tratta di recensioni soggettive o per meglio dire le recensioni sono oggettive, la sfumatura che gli diamo risente delle emozioni scaturite durante la visita.

Nel caso del Padiglione del Belgio..chissà..forse sarà stata l’ora tarda ed i visitatori più intenti a mangiare le classiche patatine fritte belghe piuttosto che visitare il padiglione, forse sarà che era l’ultimo padiglione della serata…non so… fatto sta che ci ha colpito in negativo.

Capiamoci subito: un briciolo di idee sono esposte, forse è il contesto che non permette di esprimerle al meglio.

In ogni caso, procediamo con la recensione. Accediamo al padiglione del Belgio, come detto, in tarda serata, pochi visitatori…anzi forse eravamo gli ultimi perché erano più o meno le 22.00.

Stando alle informazioni raccolte in precedenza, il padiglione del Belgio è suddiviso in 3 aree:

La fattoria: riporta al Belgio federale con le proprie regioni ed alle relative caratteristiche.

La cantina: sono riposte le innovazioni tecnologiche principali (più avanti vedremo quali sono)

L’atrio: uno spazio relax dove poter gustare piatti tipici belga con prodotti derivati dalla cantina.


Padiglione del Belgio


La visita inizia quindi nella fattoria.

Muri neri, comincia il senso di inquietudine, non capiamo però se esso provenga dal deserto in cui siamo piuttosto che dall’ambientazione del padiglione, o forse entrambe.

Sulla destra si può vedere, tramite dei video, il kown how delle aziende belghe. Si prosegue e si arriva ad uno spazio legato al mondo del cioccolato, immaginiamo che durante il giorno questo spazio abbia un bel po’di persone interessate; in questo orario non v’è nessuno, le piastre sono ancora sporche ed i rimasugli di lavorazione ancora be visibili, al contempo delle formine di cioccolato tanto simpatiche quanto inquietanti ci fissano inesorabili.


Padiglione del Belgio


Potremmo vendicarci afferrandone una e facendogli vedere chi siamo ma preferiamo lasciare da parte la nostra forza bruta e continuare sulla strada intellettuale, tant’è che prendiamo la rampa del futuro, sempre nera mi raccomando.

Certamente questo colore sostiene il concetto che sta alla base di questa rampa, ovvero le criticità in campo alimentare che insorgeranno a partire da ora per i prossimi 40/50 anni…al termine della rampa si trovano le soluzioni adottate dal padiglione del Belgio. Esso si dichiara fortemente innovativo e la cantina si identifica come il luogo dove vengono messe in pratica le tecniche di produzione alternative.

L’ambiente ha un non so che di surreale (ricordo che ci basiamo sull’esperienza fatta a tarda ora). Tra tutte le soluzioni spicca l’acquaponica, una tecnica integrata tra coltivazione di piante ed allevamento di pesci. La soluzione sembra avere un perché, leggendo le varie didascalie sembra molto all’avanguardia, anzi lo è sicuramente…quello che non vedo è la necessità di spingersi così agli estremi.


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Continua la mia vena critica, condivisibile o meno: in un Expo che riguarda la sostenibilità e più in generale il pianeta in tutte le sue componenti, non comprendo come una soluzione del genere possa venire appoggiata. Certamente dal punto di vista scientifico è un ottima soluzione, ma dal punto di vista etico e sopratutto da un punto di vista di “rispetto della natura” inteso come ecosistema, questa soluzione prende la piega di una forzatura. Si ottengono due risultati…in primo luogo delle piantine che ogni tot. si trovano a testa in giù, prive di spazio per crescere in maniera decente; in secondo luogo dei pesci che sono alla ricerca di ossigeno in quanto, a mio avviso, sono troppi rispetto allo spazio che hanno.

Onestamente tutto il complesso mi ha fatto un pò pena. Terminata la fase della curiosità, è subentrata la fase della razionalità e mi è dispiaciuto vedere piante e pesci in quelle condizioni; quello che è sostenibile per noi deve esserlo anche per loro, poi la catena alimentare sarà quella che sarà. (senza fare discorsi animalisti o meno).


Padiglione del Belgio


Il senso di inquietudine continua. Appena “più avanti” rispetto a queste vasche, dietro ad una vetrata ci sono diverse pianticelle fatte crescere su degli scaffali. La cosa non mi piace, capisco che si debbano dare delle soluzioni futuristiche ma queste sono votate all’eccesso. Capisco anche che nel 2050 probabilmente ci troveremo di fronte a queste situazioni, ma il lavorare la terra e produrre “alla vecchia” (rispettando norme sull’inquinamento ambientale) è forse ancora uno dei modi più sostenibili, tra l’altro, nelle zone montane è ancor più importante.

Salendo le scale ci si allontana da quel mondo surreale ed inquietante e si entra nell’atrio. Faccio notare che la struttura che sovrasta la scala dovrebbe ricalcare un filamento di DNA.

Salendo quindi le scale di vetro si accede all’atrio del Padiglione del Belgio e, probabilmente, ancor complice l’orario, ci troviamo in una situazione che definirei come “…nei peggiori bar di Caracas…”. Proprio così! La scena che appare ai nostri occhi è un bancone da bar dove ci sono 2 uomini che sorseggiano birra senza scambiarsi nemmeno una parola ed, alle loro spalle, oltre il bancone, un barman che, in rigoroso silenzio, asciuga l’interno dei bicchieri e li ripone nel loro posto.

A questo punto è venuto il momento di uscire. Ripeto: probabilmente la nostra esperienza poco positiva è dovuta ad un orario di visita poco consono e quindi il buio ed i pochi visitatori del padiglione hanno contribuito in maniera negativa.

Deduco quindi che una visita in orario diurno sarebbe l’ideale, la luce del sole smorzerebbe un po’ i toni scuri con cui è stato creato il padiglione del Belgio.

 

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